trans europe express

peppe fiore // nembutal00@hotmail.com

Anobii RMX (2)

il pregio e il difetto di essere troppo lungo è che è difficile da incappellare.

Anobii RMX

Mentre ero arrivato a metà libro mi domandavo, ma non è che Fiore ci ha buttato addosso una pistola nella fondina? Io avevo letto i suoi racconti e spesso non mi erano piaciuti. Ma il romanzo di Beppe Fiore è incalzante, decadente, repellente, sporco, fino all’entropia. Dalle 200 pagine in poi le reazioni possibili sono due, e l’una non esclude l’altra: una Red Bull o un volo per Osaka. “La futura classe dirigente” è indubitabilmente la “Vita agra” di un fascista incazzato. Agganauei agganauei.

#
[Flash 9 is required to listen to audio.]
#

Where’s the North?

La direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura mi porta a casa sua. E’ un grande appartamento nel centro del centro di Vilnius, parquet ovunque, soffitti altissimi, inondato di luce, lei ha appena finito il trasloco, c’è ancora odore di solvente per il legno. Mangiamo dello strudel alle mele con quella specie di formaggio acido che qui mettono dappertutto, parliamo di Massimo Carlotto, sistemiamo i libri negli scaffali. Insegno alla direttrice dell’Istituto come sintonizzare il satellite sui canali italiani, lo strudel cascato a terra si può mangiare lo stesso, i libri sono in spagnolo, inglese, russo, lettone. “Per carità non chiamare i lituani esteuropei. Loro non si sono mai sentiti Est, per questa gente il comunismo è stata una parentesi. Guarda il design, il cibo, guarda anche le facce: questa è praticamente Scandinavia”. La camera da letto della direttrice è una grande scatola bianca con un grande letto, tende bianche, c’è qualcosa che mi sfugge continuamene da quando sono qui. La gente per strada è bella, i palazzi, le vie, l’ordine delle cose, le vie di fuga allo sguardo, tutto è bello, ma tutto sembra stare dietro un muro di vetro. Come un acquario, solo che non sai se tu sei lo spettatore oppure sei il pesce pagliaccio. La direttrice dell’Istituto di Cultura seduta alla pianola che suona una specie di assurda marcetta, nel silenzio assoluto del grande appartamento, le fronde di un albero subito adiacenti alla finestra. Roma, penso, tornare a Roma: raccordo anulare, San Lorenzo, la droga, gli aperitivi, l’ufficio, i capi, le riunioni, i dvd, le sceneggiature, la perenne ottusa caccia alla fregna, i soldi, i soldi, i soldi, gli amari dopocena, le recensioni, i reading, il prossimo libro, la malattia, ancora gli aperitivi. Hanno funzionato questi dieci giorni? Spalanco gli occhi, sono le quattro e mezza di mattina, non riesco a riprendere sonno e mi fa male il fegato: la fregna, i soldi, i soldi, la fregna, i soldi, la fregna, la fregna, i soldi. “Quando uno scrittore muore viene portato qui per l’estremo saluto dei colleghi scrittori. Naturalmente se questo rientra nelle sue ultime volontà. Abbiamo una sala al piano di sotto, che poi è la sede del club degli autori, è lì che mettiamo la salma”: la ragazza alta con le spalle a gruccia, gli occhi tondi e piccoli, il trucco da bambola, che quando ride sembra che pianga, lavora nella sede della locale Associazione degli Scrittori, tra le altre cose organizza le due edizioni annuali del locale festival di poesia. Idea per un romanzo: morte in solitudine di uno scrittore ottantenne, puttaniere, semialcolizzato. Il nipote lo odia, l’ha sempre odiato, ma è l’unico disponibile a portare la salma nella capitale, per deporla nella sede del club degli autori all’estremo saluto. Il romanzo sarebbe il viaggio di questo nipote col cadavere di suo nonno nel retro del furgone: una viaggio sentimentale contro la decomposizione. C’è un problema, ed è che non posso ambientare il mio prossimo romanzo in Lituania, evidentemente. Ci penso mentre gratto il fondo della tazzina nel bar dell’Associazione degli Scrittori, due stanze arredate come un bordello ottocentesco, un tizio sbronzo che vorrebbe chiavare sia la ragazza con le spalle a gruccia che la nostra accompagnatrice. Ma biascica esclusivamente in lituano, sicché io e Reinhard siamo inermi. La direttrice dell’Istituto di Cultura seduta alla pianola che suona una specie di assurda marcetta, nel silenzio assoluto del grande appartamento, Reinhard che si blocca in mezzo ad un corridoio tutto mogani e ori al secondo piano del palazzo dell’Associazione, chiede: “Where’s the North?” e poi silenzio, Peter Handke che ad una festa per ricchi prende per il bavero della giacchetta il ricchissimo magnate dei media tedesco e gli soffia in faccia che a nessuno glie ne frega un cazzo della sua vita privata sputtanata sui tabloid. Gelo della tavolata. Reinhard che si aggiusta il ciuffo (i suoi genitori fanno i contadini, hanno un allevamento di maiali, forse un giorno Reinhard tornerà a vivere in campagna), Reinhard che mi chiede di Nanni Moretti, Hope you had it nice yesterday, for me there were to much people - more than 2 are too much for me; not always but very often. my life is quite solitary, so Im not used to many people, io e Reinhard ubriachi alle nove di sera – è ancora pieno giorno – in mezzo a torme di turisti polacchi entusiasti di tutto, Giovanni al telefono che non risponde mai, I went home and had 2 more beers, was glad to be alone, worked somewhat and slept like a baby.

[Flash 9 is required to listen to audio.]

via Gianfranco Marziano

Page 1