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peppe fiore // nembutal00@hotmail.com

zeppelin

Kestutis Kasparavicius è uno dei più importanti illustratori della Lituania, forse il più importante in assoluto. Soprattutto libri per bambini: il mondo di Kasparavicius è un modo in tinte pastello spente (dominano il marrone, il verde marcio, il grigio, l’ocra pallido). La popolazione di questo mondo è composta di oggetti e animali antropomorfi: uova, cucchiai, scarpe, frigoriferi, tombini, pesci, gatti, cessi e scopettoni da cesso, vacche e pozzi in muratura, uccelli, case, segnali di senso vietato, cani, pesci volanti, nuvole, aerei giocattolo, tutti disegnati a matita e tutti con l’espressione spaventosamente umana. Bellissimi. C’è un autoritratto – non dichiarato, ma è palesemente un autoritratto (o magari è dichiarato, ma la didascalia è in lituano) – in cui la testa di Kasparavicius diventa una folla di funghi, fusti di funghi a ombrello, a tamburo, funghi spiraliformi, funghi bombati come vesciche. Un fungo gli esce fuori da un orecchio simile ad un’erezione. La sera, a cena, in fondo alla grotta di un ristorante che sembra un intestino di pietra, spiego alla ragazza seduta accanto a me che nella bellezza dei disegni di Kasparavicius c’è qualcosa di profondamente triste, qualcosa che si apparenta strettamente alla morte. La ragazza (è bionda, magra, simpatica, pallida, un figlio di quattro anni e un altro di quattro mesi, lavora nell’editoria, conosce molto bene la fiera di Torino ma preferisce quella di Bologna, comprensibilmente), a momenti si offende e mi sbrocca. Kasparavicius, dice lei, rivela la vita che c’è dentro ogni singolo oggetto, anche il più comune: pure dentro un cucchiaino da tè è conservata un’esistenza unica e irripetibile, pure dentro una scarpa. C’è un’espressione insostituibile in ogni cosa, ed è il motivo per cui Kasparavicius piace così tanto ai bambini, perché svela sotto la crosta inerte del mondo un altro mondo fatto di piccole cose vive in agitazione. Altro che la morte. Tutto il contrario. Nel mio inglese da quinta elementare mi rimangio tutto all’istante. Ha ragione, naturalmente, ha ragione lei. Mi arrabatto come posso. Se Kasparavicius mi fa quest’impressione deve dipendere da qualcosa di remoto seppellito dentro la mia infanzia: qualche vecchio libro di fiabe, qualche vecchia illustrazione, roba così. Lei non sembra convinta. Deve intuire che non sono convinto neanch’io. Ci salviamo deviando la conversazione su argomenti tipo la cucina tradizionale lituana, e in particolare i famigerati zeppelin. Quando ho ordinato gli zeppelin, tutti i commensali lituani (oltre alla ragazza bionda al mio fianco: due tipe dell’organizzazione che mi ospita, un’altra tizia che non so chi sia, e un anziano poeta– a quanto ho capito – ex ministro della cultura), hanno declinato ogni responsabilità. La ragazza seduta di fronte a me dice che il piatto lituano per eccellenza è una specie di sfida con lo zeitgeist della nazione, bisogna trovare il coraggio di farlo almeno una volta se sei in Lituania. Soltanto, non è sicura che io sia pronto. Ma io ho preferito togliermi il pensiero subito, immediatamente, il primo giorno, senza aspettare che il mio stomaco scendesse a compromessi con le circostanze. Il poeta lituano (due pupille chiarissime tra gli zigomi bianchi, e un naso rosso: il giorno dopo vedrò la stessa faccia incisa in una targa d’ottone opaco su un muro) si fida di me, dice che posso reggere gli zeppelin perché sono ancora giovane. Sono ancora giovane, penso. E in quest’attesa degli zeppelin carica di significati oscuri penso anche a Kasparavicius e a questa mia antica propensione a vedere la morte dappertutto, anche nelle illustrazioni per bambini. Più passa il tempo, più roba scrivo, più ho l’impressione che questa propensione si stia trasformando in una specie di gesto mentale privo di significato. Come il tic di portarmi il dito al naso per aggiustarmi gli occhiali anche quando non ho gli occhiali addosso. Ma insomma, a proposito di morte, eccoli finalmente gli zeppelin: sono due palle da rugby fatte di un impasto di patate e burro ripiene di un grosso nocciolo di carne tritata e speziata. Il tutto è annegato in una salsa di burro fuso, panna acida e calcoli renali di carne fritta. Sembrano uova di dinosauro. Per reggere il gioco dell’italiano simpatico che scherza sempre, comincio a dire ad alta voce: Wonderful! Wonderful! ed effettivamente tutti ridono (come pure hanno riso venti minuti fa quando, prendendo in mano il menu del ristorante stampato in sei fogli tipo quotidiano ho chiesto ad alta voce: What is this? Your national newspaper, right? Pensavano che scherzassi). Ma, finite le risate, non ci sono cazzi: sono io da solo contro un piatto esteuropeo che ha lo stesso nome di un celebre dirigibile da combattimento.

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