trans europe express
peppe fiore // nembutal00@hotmail.com
Tipo discoteca
Ieri notte, a 27 anni, per la prima volta nella mia vita, faccio un incubo che si trasforma in musical. Inizia con la telefonata in piena notte di qualcuno che si qualifica come Luca: mi chiama per dirmi che ha molto amato La futura classe dirigente, io lo ringrazio puramente pro forma anche se non so chi è (dev’essere qualcuno che mi ha abbordato dopo un presentazione, penso: la sua foto sul display dell’iphone appare sfocata, incomprensibile). La scena si svolge sul balcone della cucina di casa dei miei a Napoli, fa freddo, sto in pigiama, sono le quattro di notte, e desidero soltanto che questa telefonata finisca subito. Sicché dico a “Luca” che se vuole, un giorno possiamo andare a prenderci un caffè insieme e parlare della mia opera, o di quello che vuole, adesso sono stanco: ma Luca insiste, è palesemente incapace di argomentare alcunché, continua soltanto a ripetere che ha amato moltissimo il libro, e più dice che ha amato il libro più la sua voce biascica, si spappola, diventa rapidamente una voce abissale. Quindi l’intuizione: Luca non esiste, è così, non esiste nessun Luca che ha amato il mio romanzo sui dolori del doppio di me stesso! Chiudo la telefonata con un gesto di schifo, ma ormai è troppo tardi: le luci dentro la casa sono tutte accese, tipo discoteca, in cucina c’è già una folla di personaggi mostruosi che schiacciano i musi deformi contro il vetro come in un film di Dario Argento: mugolano e sbavano, hanno anche loro molto amato il libro, molto (non è vero, sono sicuro che non l’hanno nemmeno letto). E alle mie spalle si è materializzato papà, anche lui in pigiama, incazzatissimo perché alle quattro di notte sto al telefono a parlare con chissà chi delle cagate che ho scritto. Mi metto a gridare e inizio a correre come un pazzo. La mia testa, penso, vengono tutti dalla mia testa e vogliono tutti la mia testa: Luca, mio padre, i mostri in cucina, vogliono la mia testa perché ormai non sono in grado di scrivere nient’altro, e adesso è una folla di gente che mi insegue lungo i corridoi deserti geometrici e bui della mia vecchia scuola elementare e l’urlo che ho iniziato ore fa al principio della corsa si è trasformato velocemente in una specie di canto di battaglia ritmato, primitivo, in una lingua che non è la mia lingua, forse lituano, non lo so. Quello che so è che sembra di stare dentro un vecchissimo livello di DOOM, e che i mostri della mia testa mi seguono disponendosi coreograficamente, in qualche modo mi assecondano, e io so che finché continuerò a urlare come un disperato questa danza, questo vortice di mostri, questo coro, questo Luca, questo papà in pigiama, questo Rocky Horror Picture Show nel mio cervello, dureranno identici a se stessi, non mi inghiottiranno.