trans europe express
peppe fiore // nembutal00@hotmail.com
un romanzo (2)
Sono sposati da quarant’anni, lui – dirigente in un ente pubblico – dopo la pensione è scivolato rapidamente in un mutismo ottuso, fatto di Italia in Diretta, cene pesanti, passeggiate senza senso per Roma Sud, ogni giorno, con un puntualità di orari e una metodicità di percorsi che sfiorano la paranoia. Lei si è assestata sulle trenta Ms Mild al giorno, i capelli sono biondo cenere al limite della trasparenza, talmente sottili che sotto la lampada in cucina, quando è sola con Agrodolce, si vede il cranio che brilla. Lui esercita il pensiero in monoblocchi: mangiare, divano, cacare, letto, mangiare, non guida più la macchina, prende la parola solo su temi come le tariffe telefoniche, guardandolo seduto a cena con la testa nel piatto sembra di vedere i calli cresciuti sulla sua intelligenza, una sera all’improvviso si piscia addosso e apre e chiude la bocca come un’orata sul banco del pesce. Lei si tiene attiva con il cinema di pomeriggio assieme ad un’amica pure sessantenne che odia, la palestra praticata con un rigore francescano, le pillole per dormire, la cura della casa, i nipotini, le piante grasse, le telefonate alle sorelle in cui si lamenta del marito inesistente e in generale dell’inesistenza di qualcosa di più grande che però non sa definire. Il grande appartamento all’EUR, in un grande parco pieno di verde, d’autunno – verso la metà di Ottobre – si riempie ogni pomeriggio di una luce rossa che non ha niente di terrestre. Uno dei loro figli è un ex eroinomane salvato in extremis: oggi è ripulito e si arrabatta ammirevolmente tra un mutuo, una moglie, tre figli di cui una, la maggiore, pestifera, e una catena di sfighe (la moto nel fosso, la clonazione del bancomat, il furto della bicicletta, la multa per scambio di persona) talmente clamorose da finire in ridicolo. Lui, pur abboffandosi tanto e bene come un adolescente, mese dopo mese sente oscuramente il corpo che diventa sempre più piccolo, sempre più vuoto e fragile, sente le cose che si trasformano in una specie di brusio. Lei decide di portarlo in una clinica specializzata, lo fa sottoporre ad una serie infinita di esami, neurologia, cardiologia, tac al cervello, pretende tutto fino all’ultima analisi, i medici eseguono, le dicono va bene stia tranquilla signora non si agiti facciamo tutto. Ed effettivamente fanno tutto: una settimana di ricovero, niente di anomalo, visto? suo marito non ha niente. Di ritorno a casa dalla clinica, bloccati sul raccordo in un ingorgo che sembra eterno, lei stringe il volante e trema di rabbia. Lui sente una specie di calda dolcezza nelle gambe, nelle dita delle mani, quella donna che vive con lui, che gli fa da mangiare, che si siede sul divano con lui dopo cena, quella donna ogni sera da anni, pensa, senza riuscire a terminare il pensiero, e le sorride. Fuori da un cinema concepito architettonicamente come un forno crematorio, l’amica che odia sostiene di vederla un po’ sbattuta: sta per iniziare Vincere di Bellocchio, sulla locandina il collo taurino di Filippo Timi e un testone di marmo rovesciato del duce, un minuto prima della proiezione l’amica le butta lì che forse dovrebbe cambiare pillole e a tale proposito suggerisce il nome di un medico “buono”. Lui è felice di riprendere le sue passeggiate quotidiane, con l’identica regolarità di percorsi di prima, eppure qualcosa è cambiato dopo la clinica, sarà la primavera, sarà l’estate, sarà l’effetto della convalescenza, si sorprende ad incantarsi per cose che prima erano solo scenografia: il ponte di Viale Marconi, il cerchio rosso del semaforo, un chiosco, una chiesa di cemento azzurrognolo, tutta spigoli, punte, angoli. Lei riceve la telefonata della questura alle quattro del pomeriggio: abbiamo trovato suo marito che vagava nei campi a ridosso della Portuense. Quando lo recupera le dicono che è stata fortunata, quella zona è piena di zingari. La sera su Rai Uno danno uno speciale sulle imminenti elezioni europee, lo guardano insieme sul divano in soggiorno. Squilla il telefono (sarebbe il figlio che ha subito un’incredibile rapina davanti al portone di casa, moglie e figli sono in montagna, è rimasto chiuso fuori). Lui nello squillo sente come un remoto ricordo di anni e anni fa, la tenda pesante di raso nella vecchia casa delle vacanze a Torvaianica che d’agosto si gonfiava e si sgonfiava al vento caldo del litorale, come se respirasse. La lega è data almeno al 10%, il Pdl punta al 40%, Franceschini dice che queste elezioni europee saranno il riscatto della sinistra. Il telefono continua a squillare, poi smette, poi riprende a squillare. Lei è immersa in un grande lago di latte, suo marito, la lega, il telefono, le nuove pillole, gli occhiali che le sono cascati dal naso, le palpebre che sbattono una volta, due volte, una volta, due volte, sbattono da sé, senza che lei debba fare niente. Lui le prende la mano, Torvaianica, pensa, le sorride, ha l’impressione che anche lei gli sorrida. Lo speciale dura fino all’una e mezza, lei barcolla fino a letto, lui va in bagno, si lava i denti, caca davanti alla porta della camera da letto, un piccolo cilindretto di merda nera, si infila il pigiama, trova le lenzuola alla cieca, si distende, lei già dorme, si addormenta anche lui.